A. è in polonia, in una città grande e moderna con un fiume bellissimo e più di duecento ponti.
statue entrano ed escono dalla pavimentazione delle strade e delle piazze, trovi dappertutto dei nani (simbolo della rivolta al comunismo).
i quartieri e le case dalle facciate coloratissime e trasparenti sono quelli che trovi ovunque in polonia, a varsavia come altrove, falsi storici per ricostruirsi un'identità distrutta dalla guerra.
forse sono un po' distrutto anch'io, come varsavia. per questo mi sento 'fermato'. bloccato.
è un qualcosa che ha anche a che fare con l'ordine. per esempio prima di ogni anno accademico ordino ed archivio tutti i file del mac e gli hard-disk esterni, sistemo i lavori per l'università, le foto, i film, gli scritti e le email, e reinstallo tutto.
oppure, quando torno a casa a preparare qualche esame, prima di iniziare a studiare riordino la stanza, la pulisco da cima a fondo. non riuscirei a studiare altrimenti. non riuscirei a far nulla.
quasi che ho sempre bisogno che sia tutto in ordine, pronto per un nuovo inizio (?).
così mi sento un po' distrutto dentro, e quasi il bisogno di metter da parte le macerie, per poi
vorrei che ci provassimo, te ed io, perchè non ci proviamo?
vorrei dirti che a vederti sorridere non capisco più nulla e mi sento fischiare le orecchie dalla contentezza.
vorrei abbracciarti, e provare come un senso di vertigine.
stringo forte tra le mani una tazza di thè caldo.
penso a quando ascoltavano insieme 'something about you'.
poi la prima incomprensione. non l'ho mai capito, il perchè.
me lo chiedo ancora oggi quel perchè, oggi che i perchè si sono moltiplicati, complicati.
sembrava tutto molto semplice. le strade vecchie e il caldo di quell'estate
sapevano di nuvole che scappavano via veloci.
e le accompagnavamo con le mani, e cercavamo di catturare l'insivibile agli occhi.
lo facevi sembrare così semplice.
penso a quando ascoltavano insieme 'something about you'.
poi la prima incomprensione. non l'ho mai capito, il perchè.
me lo chiedo ancora oggi quel perchè, oggi che i perchè si sono moltiplicati, complicati.
sembrava tutto molto semplice. le strade vecchie e il caldo di quell'estate
sapevano di nuvole che scappavano via veloci.
e le accompagnavamo con le mani, e cercavamo di catturare l'insivibile agli occhi.
lo facevi sembrare così semplice.
dormo poco e male, ultimamente.
ma quel poco che dormo, sogno. e sogno del futuro, sempre più vicino ed incerto.
ho un gatto.
un 'gatto di grondaia', arrivato qui per caso.
negli ultimi giorni d'estate, quando il caldo era insopportabile per lui,
il piccolo oskar si accoccolava dentro il vaso grande della pianta preferita della zia,
in cerca di un po' di fresco, e tranquillità.
mi mancano le spiagge di setubal, e di lagos.
mi manca lisbona, l'alfama. le sue colline, i tram. il fiume.
l'oceano vastissimo ed il vento che te ne portava il sapore,
mentre il 28 sferragliava per il bairro alto ed il chiado
e sul tram leggevano le poesie di camoes e pessoa.
ma quel poco che dormo, sogno. e sogno del futuro, sempre più vicino ed incerto.
ho un gatto.
un 'gatto di grondaia', arrivato qui per caso.
negli ultimi giorni d'estate, quando il caldo era insopportabile per lui,
il piccolo oskar si accoccolava dentro il vaso grande della pianta preferita della zia,
in cerca di un po' di fresco, e tranquillità.
mi mancano le spiagge di setubal, e di lagos.
mi manca lisbona, l'alfama. le sue colline, i tram. il fiume.
l'oceano vastissimo ed il vento che te ne portava il sapore,
mentre il 28 sferragliava per il bairro alto ed il chiado
e sul tram leggevano le poesie di camoes e pessoa.
non importano gli anni che hai, i luoghi in cui hai vissuto, le cose che hai visto ed imparato.
non importano le cose che ti hanno meravigliato, stupito, impaurito.
certe cose non cambieranno mai.
certe persone, non cambieranno.
come il letto grande dei miei, dove dormo,
quando loro sono via, quando
sono solo a casa, d'estate.
è la stanza più fresca della casa.
ma quel letto è sempre troppo grande.
e i cuscini, da abbracciare, da stringere a sè non bastano mai.
ed i sogni.
non importano le cose che ti hanno meravigliato, stupito, impaurito.
certe cose non cambieranno mai.
certe persone, non cambieranno.
come il letto grande dei miei, dove dormo,
quando loro sono via, quando
sono solo a casa, d'estate.
è la stanza più fresca della casa.
ma quel letto è sempre troppo grande.
e i cuscini, da abbracciare, da stringere a sè non bastano mai.
ed i sogni.
Sigur Rós
and For Minor Reflections
11.11.2009, Campo Pequeno, Lisboa.
Laura Marling and Andrew Bird
06.05.2009, Admiralpalast, Berlin.
Andrew Bird
24.05.2009, São Jorge, Lisboa.
and For Minor Reflections
11.11.2009, Campo Pequeno, Lisboa.
Laura Marling and Andrew Bird
06.05.2009, Admiralpalast, Berlin.
Andrew Bird
24.05.2009, São Jorge, Lisboa.
- ma pensi che sia il vento di lisbona a renderti felice? o semplicemente sei tu che stai bene?
- te lo ricordi il vento che soffiava sulla torre de bélem?
- certo. e il cielo ultra azzurro, tra gli archi della chiesa del chiado.
non si tratta di essere felici, ma 1) fermarsi, 2) prendere tutto il tempo che si vuole, di cui si ha bisogno, 3) osservare il cielo, ascoltare l'oceano, le onde che sbattono sulla scogliera, il suono della risacca, 4) respirare e, così facendo, 5) farlo durare per sempre, 6) dandogli spazio, farlo crescere. 7) e respirare.
è bello e attraente e dura più del rimorso
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abbracci,
e le nuvole?,
frammenti,
lisbon stories
quando penso all'anno appena trascorso, dentro di me scaturiscono delle immagini.
molte sono legate all'arrivo, i primi luoghi, i primi incontri.
ero incerto, un po' inquieto. a disagio, no.
non parlavo portoghese, ma solo un inglese dal ritmo un po' strambo, che tradiva forse un po' di emozione. ero solo. ho sempre viaggiato da solo (ma ho (re)incontrato due bellissime compagnie lungo questo viaggio).
molte altre immagini sono legate a quest'ultimo mese.
i luoghi sono familiari, ormai. prima ancora di uscire di casa sento già la pavimentazione delle strade di lisbona, meravigliosamente sconnessa (la calçada posata da mani dimenticate ed immobili ormai), sento il sole riscaldarmi, immagino il cielo terso ed azzurro.
tanti gli incontri, tanti gli appuntamenti ai cafè della baixa.
le persone non sono mancate, tante da riempirci un anno. ma non si può voler bene alle persone, davvero (non riesco).
questi ultimi mesi da solo. non ricordo molto, sono volati via veloci, quasi non me ne sono accorto.
1
un pomeriggio, il pentolino con su l'acqua per il thè era su, in cucina, mi affacciai fuori dalla finestra. gli alberi erano pieni di giallo e verde e marrone, slavati, bruciati dal sole.
mi chiesi se avessi davvero vissuto, in tutti questi mesi, qui.
ripensai alla scorsa estate, quando compilai la richiesta per l'erasmus. quando poi ebbi la conferma che sarei partito.
ripensai a come mi sentivo (stanco, e triste come uno che deve. non sognavo più). pensavo che l'erasmus mi avrebbe cambiato, mi avrebbe scosso e restituito quella curiosità perduta lungo gli anni di università. pensavo l'erasmus quasi come una possibilità di felicità.
quasi un anno dopo, affacciato sul jardim de estrela, mi chiesi cosa fosse cambiato, in me.
2
mi presi un pausa, dal lavoro per composizione v. uscì a far due passi, su su per prazeres e campo de ourique. era tutto sospeso. un caldo leggero tradiva l'arrivo di un giugno caldissimo. l'aria era satura, e densa. un attrito di resistenza minimo, un filo di vento, appena percettibile. si respirava un senso di pienezza. fu la prima volta che sentì, nettamente, dentro, un senso di pienezza, sì.
3
per parigi son partito pieno di dubbi e con un sacco a pelo imprestato.
quattro giorni intensi e pieni. programma ridotto al minimo: la mappa disegnata qualche giorno prima diceva solo: villa savoye e montmartre (una vecchia promessa).
parigi è stata villa savoye e montmartre, un sorriso di eva in paradiso ed un saluto a truffaut. in mezzo tanta pioggia e tanti parchi e giardini, camminate infinite e tanta tanta architettura.
tanti incontri, tante persone. ecco: parigi è soprattutto tante persone: le ragazzine che giocavano all'ombra delle piccole costruzioni nel parc citroen, i giovani che giocavano a bocce alle tuilleries e quelli che prendevano il sole sulle scomode sedie verdi di metallo, la fila di fronte il giapponese, quelli sdraiati all'ombra della pyramide. un zuppa di cipolle (quartiere latino?) ed una crepe al marais. il lungo senna e la shakespeare&co (solo un folio della benjamin, un prevert illustrato e musicato da kosma), l'opera e le librerie gilbert jeune (bellissime).
parigi è stato svegliarsi la mattina, sempre troppo tardi, in un sacco a pelo imprestato e per questo più bello. e la prima cosa che si vedeva era una piccola finestra, le tende tirate ai lati, che incorniciava un cielo grigio. pioveva sempre. oltre, dei camini, tanti, e arancioni, sopra le mansarde dei vecchi palazzi.
parigi è stato svegliarsi la mattina, sempre troppo tardi, senza quell'imbarazzo che credevi ti sarebbe rimasto addosso per sempre.
...
molte sono legate all'arrivo, i primi luoghi, i primi incontri.
ero incerto, un po' inquieto. a disagio, no.
non parlavo portoghese, ma solo un inglese dal ritmo un po' strambo, che tradiva forse un po' di emozione. ero solo. ho sempre viaggiato da solo (ma ho (re)incontrato due bellissime compagnie lungo questo viaggio).
molte altre immagini sono legate a quest'ultimo mese.
i luoghi sono familiari, ormai. prima ancora di uscire di casa sento già la pavimentazione delle strade di lisbona, meravigliosamente sconnessa (la calçada posata da mani dimenticate ed immobili ormai), sento il sole riscaldarmi, immagino il cielo terso ed azzurro.
tanti gli incontri, tanti gli appuntamenti ai cafè della baixa.
le persone non sono mancate, tante da riempirci un anno. ma non si può voler bene alle persone, davvero (non riesco).
questi ultimi mesi da solo. non ricordo molto, sono volati via veloci, quasi non me ne sono accorto.
1
un pomeriggio, il pentolino con su l'acqua per il thè era su, in cucina, mi affacciai fuori dalla finestra. gli alberi erano pieni di giallo e verde e marrone, slavati, bruciati dal sole.
mi chiesi se avessi davvero vissuto, in tutti questi mesi, qui.
ripensai alla scorsa estate, quando compilai la richiesta per l'erasmus. quando poi ebbi la conferma che sarei partito.
ripensai a come mi sentivo (stanco, e triste come uno che deve. non sognavo più). pensavo che l'erasmus mi avrebbe cambiato, mi avrebbe scosso e restituito quella curiosità perduta lungo gli anni di università. pensavo l'erasmus quasi come una possibilità di felicità.
quasi un anno dopo, affacciato sul jardim de estrela, mi chiesi cosa fosse cambiato, in me.
2
mi presi un pausa, dal lavoro per composizione v. uscì a far due passi, su su per prazeres e campo de ourique. era tutto sospeso. un caldo leggero tradiva l'arrivo di un giugno caldissimo. l'aria era satura, e densa. un attrito di resistenza minimo, un filo di vento, appena percettibile. si respirava un senso di pienezza. fu la prima volta che sentì, nettamente, dentro, un senso di pienezza, sì.
3
per parigi son partito pieno di dubbi e con un sacco a pelo imprestato.
quattro giorni intensi e pieni. programma ridotto al minimo: la mappa disegnata qualche giorno prima diceva solo: villa savoye e montmartre (una vecchia promessa).
parigi è stata villa savoye e montmartre, un sorriso di eva in paradiso ed un saluto a truffaut. in mezzo tanta pioggia e tanti parchi e giardini, camminate infinite e tanta tanta architettura.
tanti incontri, tante persone. ecco: parigi è soprattutto tante persone: le ragazzine che giocavano all'ombra delle piccole costruzioni nel parc citroen, i giovani che giocavano a bocce alle tuilleries e quelli che prendevano il sole sulle scomode sedie verdi di metallo, la fila di fronte il giapponese, quelli sdraiati all'ombra della pyramide. un zuppa di cipolle (quartiere latino?) ed una crepe al marais. il lungo senna e la shakespeare&co (solo un folio della benjamin, un prevert illustrato e musicato da kosma), l'opera e le librerie gilbert jeune (bellissime).
parigi è stato svegliarsi la mattina, sempre troppo tardi, in un sacco a pelo imprestato e per questo più bello. e la prima cosa che si vedeva era una piccola finestra, le tende tirate ai lati, che incorniciava un cielo grigio. pioveva sempre. oltre, dei camini, tanti, e arancioni, sopra le mansarde dei vecchi palazzi.
parigi è stato svegliarsi la mattina, sempre troppo tardi, senza quell'imbarazzo che credevi ti sarebbe rimasto addosso per sempre.
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